Supponiamo che all’una di notte uno di voi bussi alla porta della mia stanza e mi dica: “Don Ottorino, potresti alzarti per farmi un piacere perché ho bisogno di te?”. Non occorre che mi dica il motivo; se mi dice che ha bisogno, mi alzo subito. Se io voglio bene a una persona e questa viene a domandarmi un piacere di notte, mi alzo subito. Questo lo fareste anche voi.

 

Gesù, che ti ama, che ti ha amato fino a donare la propria vita, ti chiede un piacere: soffrire con Lui. Devi dargli almeno quello che Lui ha dato a te: Lui è morto per te; almeno fa’ tanto quanto Lui ha fatto per te.

 

Che cosa diresti se io mi alzassi all’una di notte per fare un piacere a te, senza alcuna esitazione, e poi mentre stai lavorando ti domandassi: “Potresti per favore venire da me un minuto?”, e tu mi rispondessi: “Adesso non ne ho voglia”. Io ti direi: “Ma come? Questa notte sei venuto a chiamarmi all’una e io mi sono alzato subito, e ora tu ti rifiuti di uscire un minuto?”.

 

Questo è l’atteggiamento che noi abbiamo con il Signore: Lui è venuto dal cielo, si è fatto uomo, povero, è stato umiliato, trattato male, abbandonato, crocifisso per amor mio, e mi chiede: “Vuoi venire con me e seguirmi?” – “Sì” – “Accetti anche tu di soffrire un po’?” – “Sì”. Ma quando giunge il momento di soffrire, ci ritiriamo e lo invitiamo a rivolgersi ad un altro con la scusa che noi intendevamo seguirlo nella moltiplicazione dei pani, o meglio nelle nozze di Cana, quando ha cambiato l’acqua in vino: in quelle circostanze saremmo stati disposti a seguirlo, non nella sofferenza dell’Orto degli Ulivi. Eppure il Signore invita…