Che bello vedere il povero pubblicano, pieno di peccati, che si batte il petto e dice: “Signore, sono un povero uomo peccatore!” (Cfr. Lc 18,13). Vedete, fratelli miei, il nostro atteggiamento dinanzi a Dio non deve essere di uomini scoraggiati, disperati, ma di uomini con il cuore contrito e umiliato. Siamo tutti peccatori e dobbiamo sentirci peccatori, non per subire uno scoraggiamento, ma per avere fiducia e non lasciarci tradire dal nostro amor proprio. Il Signore non disprezza il cuore contrito e umiliato, anzi vuole questa contrizione da parte nostra.Osservate come la liturgia ci inviti continuamente a questa contrizione, come la esiga per il nostro avvicinamento alle cose sante. Entrando in chiesa noi troviamo subito l’acqua santa che serve alla prima purificazione, proseguendo verso l’altare noi facciamo l’atto penitenziale per la nostra purificazione, e poi continuamente nella Santa Messa…; persino poco prima della comunione la Chiesa ci invita a batterci il petto per domandare perdono: “Agnello di Dio, abbi pietà di noi…”. Insomma è insistente nella liturgia della Chiesa questo chiedere pietà. Dobbiamo sentire la nostra miseria. Vorrei dire che c’è un certo rapporto tra il riconoscere la nostra miseria – insisto, senza scoraggiamenti! – e la nostra santità e unione con Dio, perché è condizione indispensabile per la nostra santità conoscere quello che siamo noi e chi è Dio, che cosa Dio ha dato a noi e come noi abbiamo sciupato i doni di Dio.