A porte chiuse

Gv 20, 19-23 – Solennità della Pentecoste

Gesù risorto e lo Spirito Santo hanno in comune un tratto piuttosto curioso: amano entrare dove le porte sono chiuse! L’hanno fatto entrambi, tra l’altro proprio nello stesso locale, il cenacolo di Gerusalemme. E con le stesse persone lì riunite: Maria e i discepoli. L’effetto di questo attraversamento è la nascita della Chiesa. Accadde a Pentecoste, all’incirca nell’anno 30 della nuova era cristiana. Ma sarà che avviene anche adesso? Sarà che le Persone della divina Trinità usano ancora infilarsi in luoghi dove nessun altro potrebbe presentarsi se non dopo previo annuncio?

È necessario evidenziare qualche elemento, per non dare credito a false immagini di Dio. Innanzitutto, nel cenacolo i discepoli di Gesù sono raccolti pieni di paura e motivati dal timore dei giudei: non li sfiora nemmeno lontanamente l’idea che il loro Signore possa ritornare in modo così imprevisto e sorprendente. A Pentecoste, invece, attorno alla Vergine Madre, quegli stessi uomini sono “perseveranti e concordi nella preghiera” (At 1,14), in qualche modo protesi in una attesa fiduciosa della venuta dello Spirito promesso. Due atteggiamenti opposti, quindi, ai quali corrisponde la stessa azione di Dio: inviati dal Padre, il Figlio e lo Spirito entrano e riempiono il luogo della loro presenza. Anzi, riempiono le persone stesse. Il messaggio è chiaro: Dio agisce di sua iniziativa, in assoluta gratuità e potenza, ed è capace di traboccare dalle leggi di natura innestando nella realtà di questo mondo la verità della realtà trascendente. In altre parole, Dio viene per sua scelta, e viene gratis! È una sua decisione di amore, è una sua fedele perseveranza di cura, è una sua comune – trinitaria – passione per l’uomo.

Ma l’agire gratuito di Dio potrebbe far pensare a una sua trascuratezza rispetto al volere e alla libertà dell’uomo stesso. Se Dio entra anche con le porte chiuse, non significa forse questo che Egli invade e usurpa spazi che non gli competono, perché potrebbe anche presentarsi fra creature che lo rifiutano o non aspirano a conoscerlo? Si pone in questi termini la critica a una Chiesa che pretenda di fare proseliti attraverso l’annuncio del vangelo, che presuma di poter forzare le persone ad aderire al messaggio di salvezza ricevuto dal Signore. Cosa rispondiamo? Per essere fedeli alla verità, urge chiarire di quali porte stiamo parlando, a quale stanza si riferisce più profondamente il testo sacro, riferendoci esemplarmente la sala del cenacolo come habitat della comunità riunita.

Senza cedere a individualismi, le porte chiuse sono soprattutto quelle del cuore, di quella stanza intima che rappresenta il nucleo più profondo dell’identità di ciascuno. A volte le porte del cuore sono barricate dall’interno, e il cuore stesso è indurito, irrigidito, fino a diventare freddo o spento di passione. Così le chiusure esteriori non fanno altro che manifestare i recinti e le barricate interiori. Ebbene, Gesù risorto e lo Spirito Santo sanno oltrepassare questi muri, anzi, sono venuti e vengono a noi proprio con questo scopo: quello di scardinare chiavistelli e di scavalcare fossati difensivi, con l’arte della tenerezza. Sono le nostre difese, a volte psicologiche, altre volte pseudospirituali, che ci danno l’illusione di essere protetti e di sopravvivere alle intemperie dell’esistenza, perché ce ne stiamo ben armati, accucciati nel nostro angolino nascosto della razionalità. Crediamo di essere padroni, di stare persino tranquilli, e di bastare a noi stessi se teniamo gli altri – e l’Altro – bene a distanza.

È proprio così? Pare di no. Accade infatti che se Gesù risorto e lo Spirito Santo, dolcemente alitato dal Signore per infilarsi nei pertugi della nostra corazza difensiva, si infilano e penetrano la stanza interiore della nostra anima… la trovano vuota! Vuota di noi. Accade che, senza accorgerci, siamo noi per primi a scappare via dalla durezza della nostra intimità, a evadere dallo spazio della nostra verità quando supponiamo di custodirlo dietro i muri della paura e della superbia. Accade che la presunzione di poter fare da soli e di non avere bisogno che altri interagiscono con la nostra interiorità ci inganni, illudendoci di essere forti e non accorgendoci che invece perdiamo per strada la nostra identità. Anzi, la nostra vocazione, che è sempre relazione. Così avviene il paradosso: Gesù risorto e lo Spirito Santo entrano, come rombo di tuono o come brezza leggera, nella stanza più intima di noi stessi, e vi si insediano, “ospiti dolci dell’anima”, per donare la pace: ma noi… siamo fuori casa!

Impauriti dalle nostre scottature, preoccupati di perfezionismi mortali, noi scappiamo come novelli san Tommaso a rimpiangere gesti eroici che lascino traccia nella storia. Nel frattempo, Gesù risorto e lo Spirito Santo invadono l’intimo, come Dono immeritato e diffusivo, e si armano di pazienza ad attendere il nostro ritorno di figli prodighi smarriti e sfrattatici, da soli, dalla nostra verità. È Dono di riconciliazione.

Sì, la Pentecoste è l’annuncio del paradosso divino: il Signore genera la Chiesa, comunità dei risorti, insediandosi come fontana zampillante del Suo respiro pacifico, che dà vita nel cuore di ciascun uomo e ciascuna donna da Lui visitati. È per questo che Gesù risorto può rimanere per sempre con noi. Dio abita definitivamente la stanza intima di ogni “castello interiore”. Ma non sempre il proprietario del castello è lì a condividere la residenza. La speranza della Pentecoste è l’annuncio dell’agire provvidenziale dello Spirito, che “scalda ciò che è gelido” e “piega ciò che è rigido”, aprendo così a noi stessi l’opportunità di ritornare (o cominciare, finalmente) ad abitare il nostro cuore spalancandone le porte senza paura. In fondo, all’aprire all’altro l’anima non si riceve che il calore di una scoperta condivisa: non solo le mie, ma anche le sue porte non sono più un ostacolo per amare! E senza amore, l’uomo, la donna, la Chiesa muore.

 Padre Luca Garbinetto

Pia Società San Gaetano

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